Taekwon-Do: chiarezza in un mondo di luoghi comuni

Da istruttore mi sono trovato spesso a dover combattere contro idee preconfezionate e precostituite riguardo il mondo delle arti marziali che, contrariamente a quanto si possa pensare, mi ha arricchito di serenità, mi ha insegnato ad accettare e migliorare alcuni lati estremi del mio carattere e mi ha costretto a crescere e cambiare continuamente.

 Spesso mi capita di dover raccontare questo mondo, di dover spiegare questa passione e in genere mi trovo a dover affrontare interlocutori poveri di argomenti.

 Uno dei luoghi comuni più diffusi nel mondo delle arti marziali riguarda l’idea di conflitto e di aggressività che ricopre la figura stessa del praticante: un essere aggressivo e sprezzante, arrogante e micidiale, una macchina di distruzione in lotta con il mondo e con gli altri, mai schiavo di nessuno e mai in pace con se stesso.

Potrà sembrare strano ma in 23 anni di Taekwon-Do non sono mai riuscito a riconoscere questo archetipo di guerriero in finanzieri, assicuratori, idraulici, magazzinieri, commercianti, commessi, dottori e studenti che si allenavano e condividevano con me il grande piacere della pratica.

Da dove nasce allora questa confusione, questa diversità tra quello che si pensa e quello che si incontra nella realtà?

Certo il combattimento include un lato aggressivo, ma in fondo non richiede più aggressività di quella che dobbiamo utilizzare per attraversare la città nell’ora di punta, nel discutere con il capo ufficio o nel dover difendere le proprie idee da un consorte infuriato.

Fermiamoci a riflettere sul senso del combattimento, su che cosa distingue ciò che pratichiamo per sentirci diversi e per arricchirci e ciò che siamo costretti a sopportare per sopravvivere in un mondo sempre più aggressivo.

Le arti marziali nella loro essenza rappresentano una lotta contro i propri limiti e le proprie debolezze. Per chi pratica con lo spirito giusto rappresentano un lungo viaggio che ha come punto di partenza le emozioni e che nasconde un piccolo segreto: la saggezza del corpo .

Viviamo in una società di cui sperimentiamo l’influsso tramite le emozioni. Più siamo sensibili e più ci sentiamo coinvolti da questo flusso di energia, a volte fino a sentirci fortemente condizionati, fino ad accettare a fatica certe nostre reazioni, fino a sentirci fuori posto o a disagio. Facciamo sempre più fatica ad adattarci ai modelli che il mondo circostante ci impone, la velocità che ci viene richiesta non ci permette più di stare al passo e nasce pertanto in ognuno di noi l’esigenza di riprendere il controllo di sé, di ritrovare l’armonia tra come siamo e come vorremmo essere.

Le arti marziali si propongono come una risposta a questa esigenza di sentirci di nuovo padroni della nostra vita, di riportare tutto ad un ritmo più lento e sereno.

Nelle arti marziali tutto inizia con il corpo. Allenarsi e combattere significa tra le altre cose abbandonare la nostra mente razionale, ripetere movimenti fino a renderli meccanici, fino ad eseguirli senza pensare.

A questo punto il corpo prende il sopravvento e i fiumi di energia che sono in noi si liberano.

Ognuno di noi ha sperimentato questo momento magico, e una delle più grandi soddisfazioni del mio ruolo come istruttore nasce nel momento in cui posso leggere negli occhi degli allievi questa voce potente che sta parlando in loro, capire che si sono liberati dalla polvere di una vita prigioniera di orari e di doveri per esprimere una gioa di vivere che sembrava scomparsa.

Le arti marziali non rappresentano un fine, ma un mezzo per migliorare il dialogo con la parte più intima di noi. Esse ci permettono anche di modificare la nostra percezione del mondo.

Avrete sicuramente sperimentato che dopo un allenamento duro o una gara, la velocità con cui ci rapportiamo con il mondo e con gli altri cambia: tutto è più lento e siamo più rilassati, sereni, felici di aver dato il meglio di noi stessi senza risparmio. Non saremo invece soddisfatti se sentiremo che avremmo potuto dare un poco di più: non è facile mentire al giudice severo che abita la nostra coscienza.

A mie spese in questi anni ho dovuto imparare a portare il Taekwon-Do fuori dalla palestra perché non è una scelta settoriale, essa colora la nostra vita. Non si può essere Hwaranguerrieri solo 6/8 ore la settimana come non si può essere forti solo per se stessi.

La forza interiore che noi alleniamo deve trovare espressione in ogni aspetto della nostra vita.

TAEKWON-DO, alimenta la vita.

Testo di Master Orlando Saccomanno VII Dan I.T.F.